Premiazione Concorso letterario “A. Bruni”: la soddisfazione di due alunne del Salutati

Posted by on 24 Maggio 2017

Il concorso, giunto alla sua terza edizione, prevedeva una riflessione sul tema “Nella società del XXI secolo chi è discriminato?”. A partecipare dalla nostra scuola due alunne della classe IV A scientifico, Rachele Cocconcelli e Lucrezia Rossi, le quali, oltre ad aver aderito con entusiasmo ed interesse all’iniziativa, si sono dichiarate soddisfatte per il piccolo riconoscimento ricevuto, consistente in un buono libri per ciascuna e in una targa, che hanno deciso di consegnare alla dirigente del nostro liceo, perché venga conservata nella scuola. Alla loro insegnante, professoressa Lorena Rocchi, fa piacere condividere qui di seguito il loro elaborato, affinché sia per tutti uno spunto di riflessione.

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

Lettera aperta per tutti coloro che si sentono discriminati

In un mondo e in una società globalizzata come la nostra è quasi impossibile riuscire ad esprimere la propria originalità attraverso atteggiamenti o modi di essere, sia per il fatto che tutti rischiamo automaticamente di essere omologati, sia perché la presenza di pregiudizi in ambito sociale è inevitabile, sebbene esistano leggi che dovrebbero tutelare la parità dei diritti e difendere la libertà di espressione di ogni uomo.

Esistono, ovviamente, norme giuridiche obiettive e giustissime, che escludono ogni possibilità di emarginazione, tuttavia al giorno d’oggi, anche se siamo tutti consapevoli di vivere nel 2017 e anche se lo rivendichiamo con orgoglio, la parola discriminazione è ancora di utilizzo fin troppo comune. Ciò di cui intendiamo parlare, in particolare, è una discriminazione subdolamente indiretta, che colpisce, ci vergogniamo a dirlo, le persone più deboli della società, quali le donne, i disabili, gli stranieri, gli omosessuali. Eppure, nel momento in cui scriviamo “persone più deboli” finiamo per dare noi stessi un giudizio! Del resto si potrebbe parlare di discriminazione anche senza ricorrere a categorie, in quanto essa colpisce in contesti più ristretti e che ci toccano e coinvolgono più da vicino, come il mondo degli adolescenti e perfino quello dei bambini.

Alla domanda cosa voglia dire essere discriminati, rispondiamo in maniera immediata con parole semplici: significa essere giudicati diversi da quella che è la norma sociale, non conformi, non adeguati, non riconoscibili come qualcuno – per non dire qualcosa – di rassicurante.

Ma davvero essere diverso è così sbagliato? Perché essere fuori dagli schemi deve necessariamente implicare un atteggiamento di esclusione da parte della società?

Molto spesso le persone, anche inconsciamente, assumono comportamenti discriminatori verso particolari categorie di individui; i motivi che stanno alla base di tali atteggiamenti possono essere di varia natura: forse si tratta di paura, forse di invidia, oppure è ipotizzabile che la chiusura verso ciò che non si riconosce come simile a se stessi sia dovuta all’educazione ricevuta in famiglia o nel contesto sociale in cui si è cresciuti. La speranza è certamente che la scuola non ne sia responsabile, dato che essa dovrebbe diffondere ad ogni costo una cultura di apertura e, ad un tempo, un’apertura culturale.

Forse la causa è da ricercarsi solo nell’ignoranza.

Purtroppo, come sosteneva il filosofo Hobbes, l’uomo per natura è portato ad uno stato di conflitto contro il suo simile, proprio perché è mosso dalla bramosia di ottenere tutto il meglio per sé e, di conseguenza, non è portato a nessun atteggiamento di benevolenza verso gli altri uomini, se non per un proprio tornaconto. Si finisce così per far valere il tristemente celebre “homo homini lupus”.

Eppure, in modo paradossale, nella società moderna è l’uomo stesso che cerca l’accettazione e l’approvazione da parte dei suoi simili; il dilemma diventa: si può desiderare di essere accolti laddove noi per primi tendiamo ad escludere? Evidentemente sì e ciò spiega il motivo per cui si finisce per omologarci.

La paura della solitudine, del sentirsi escluso, porta l’uomo addirittura a reprimere la sua stessa natura, per rendersi conforme agli altri, a certi stereotipi sociali che costituiscono, in definitiva, una sorta di protezione sociale, perché ci concedono una condizione psicologica che non viene più destabilizzata dalle critiche e dai pregiudizi. Il sentirsi appartenente a un gruppo, più o meno ristretto, rende l’uomo più forte, più sicuro di sé, più appagato della propria esistenza, anche a costo di aver rinunciato alla propria essenza.

A meglio analizzare, però, si tratta di una paura irrazionale, che porta a rinforzare gli atteggiamenti discriminatori, perché dà importanza a quegli stessi stereotipi, che a loro volta nascono da percezioni non fondate su reali dati e su fatti concreti.

C’è anche un’altra via attraverso la quale la discriminazione si insinua nella nostra quotidianità. Negli ultimi anni, infatti, si è diffusa una sorta di moda di essere alternativi, per cui la maggior parte dei ragazzi è spinta a distinguersi dalla massa solo per sentirsi in qualche modo speciale ed originale. La stessa necessità di veder riconosciuta la propria diversità, di essere ammirati e magari imitati spinge talvolta a rinunciare alla propria reale identità, per crearne una “preconfezionata” per una specie di pubblico.

C’è da chiedersi se anche ciò non sia frutto della semplice paura di un giudizio negativo su quello che realmente siamo.

Si tratta, quindi, di una paura legata al non sentirsi all’altezza della società e del mondo?

Probabilmente gli atteggiamenti ostili nei confronti degli altri derivano da preconcetti inculcatici, che ci fanno vedere il mondo secondo schemi predefiniti e che sono quasi sempre associati a rigide credenze moralistiche o moraleggianti, nonché all’ignoranza.

È facile dire che in tutto questo giocano un ruolo fondamentale i mezzi di comunicazione di massa ed è ormai automatico colpevolizzare i social network, che ci propinano in modo più o meno implicito modelli da imitare, finzione di un mondo ideale e apparentemente perfetto; ma non sarebbe sufficiente imparare a distinguere ciò che è reale, spogliandosi di ogni schema mentale e di ogni sovrastruttura sociale, per renderci finalmente conto che è inutile continuare a mettere in dubbio noi stessi rifugiandoci nella conformità?

Limitiamoci esclusivamente a cercare sicurezza e stabilità in noi stessi, anziché nell’approvazione degli altri, perché coloro che riescono a vincere la sfida con sé stessi ed accettano il rischio di esporsi alle critiche, si affermano realmente nella loro originalità, vera ed unica.

Nel passato, personaggi come Martin Luther King o Nelson Mandela si sono battuti per l’uguaglianza dei diritti ed il loro insegnamento, oggi, è estremamente attuale: non si tratta solamente di una lotta contro le discriminazioni razziali, bensì di una lotta per valorizzare le differenze, facendo della peculiarità di ognuno una ricchezza per tutti.

È evidente che tutto ciò non sia facile da ottenere, ma ancor di più lo è il fatto che un’evoluzione implica un cambiamento di mentalità e un’apertura tali da abbattere le barriere sociali che prevedono un’emarginazione.

È necessario che tutti siamo disposti a perdere le certezze che hanno preso dimora in ognuno di noi, per dar vita ad un nuovo tipo di società, che sia più matura, che bandisca la paura di essere discriminati e che permetta di perseguire i propri sogni a testa alta, con la convinzione che un giorno si realizzeranno.

Laddove le porte chiuse non livelleranno né umilieranno le nostre unicità, potremo dire che la parola “diverso” sarà finalmente un vocabolo a cui aspirare con orgoglio, perché risuonerà a ricordarci quanto ciascuno sia speciale.

Cocconcelli Rachele e Rossi Lucrezia

4^ A liceo scientifico

“C. Salutati” di Montecatini Terme

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